“Un esempio eccezionale di paesaggio mediterraneo, con scenari di straordinario valore culturale e naturale, risultanti dalla sua spettacolare orografia e dall’evoluzione storica”. Con questa motivazione, nel settembre 1997, l’UNESCO inserisce la Costiera Amalfitana nella World Heritage List, la prestigiosa lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Dalle alte montagne al mare profondo, le comunità locali hanno saputo valorizzare con saggezza le risorse naturali e la morfologia del territorio. E così, lentamente, questo lembo di Campania è diventato un lembo di paradiso, ambito fin dall’epoca romana, amatissimo in epoca romantica dai viaggiatori del Grand Tour, ancora oggi rinomato tutto il mondo.

C’è un luogo, in particolare, capace di condensare la bellezza più selvaggia della Costiera e la sua ricchissima storia culturale.
E’ un vallone profondo che inizia tra i monti di Scala e termina tra le colline di Amalfi, noto come “Valle delle Ferriere” nella parte superiore e “Valle dei Mulini” in quella inferiore. L’area è attraversata dal torrente Canneto e rientra nel Parco Regionale dei Monti Lattari.

Tra cascate, sorgenti e corsi d’acqua, la lussureggiante vegetazione del vallone nasconde i ruderi della ferriera e delle cartiere del Ducato di Amalfi, regalando visioni oniriche e fiabesche.
Da non perdere è la Riserva Naturale Orientata “Valle delle Ferriere”, nella parte alta del vallone, territorio di Scala. Annoverata fra le 41 riserve biogenetiche italiane, la Riserva custodisce un patrimonio botanico di grandissimo valore, con piante rarissime che qui sopravvivono fin dalla preistoria.

Il vallone si raggiunge tramite diversi itinerari che partono da Amalfi, Scala, Atrani ed Agerola. Molto comodo e spettacolare è quello che parte dal borgo di Pontone, frazione di Scala, a circa 250 metri sul livello del mare.

Il percorso da Pontone di Scala alla Valle delle Ferriere

Il cammino inizia dalla panoramica piazzetta di San Giovanni Battista, sulla quale si affaccia l’omonima chiesa. Il luogo rivela subito lo spirito e l’ingegno che albergano in Costiera.
Fin dall’Alto Medioevo, la piazza era usata come vasca per il lavaggio della lana grezza, importata dalle Puglie.
Una fitta rete di canali e chiuse intercettava l’acqua dei monti per irrigare i terreni coltivati e, all’occorrenza, allagare la piazzetta.
La lavorazione della lana era la principale attività locale, tanto importante da impedire la costruzione di un portico annesso alla chiesa, per non sottrarre spazio alla “vasca”.
A ricordare il portico mancato, una mezza colonna spunta in orizzontale dalla facciata della chiesa. Porsi al di sotto della colonna significava chiedere giustizia per un torto subito, anche se inflitto da re o potenti. Sia uomini che donne ricevevano protezione e si rimettevano al giudizio della potente Corporazione dei Lanaioli di Scala.

Dalla piazzetta lo sguardo va al mare ma è rapito dai suggestivi ruderi della chiesa di Sant’Eustachio, risalente al XII secolo, la cui abside spezzata domina il borgo dall’alto.

Si prosegue fra scalinate, stradine e supportici in pietra, uno dei quali espone attrezzi e oggetti della vita contadina nel dopoguerra. 

Lasciando il borgo si apre un magnifico panorama sulla Valle dei Mulini e sul centro storico di Amalfi, con la vista che spazia dalla costa cilentana alla frazione amalfitana di Pogerola
Protagonisti del paesaggio sono i tipici terrazzamenti della Costiera, sui quali, da secoli, si coltivano piccoli orti, oliveti, vigne a piede franco e, soprattutto, preziosi agrumeti.

Il Vallone dei Mulini ed Amalfi dai terrazzamenti di Scala (ph Gianfranco Adduci)

Le “Chiazze”: i terrazzamenti della Costiera Amalfitana

L’opera di terrazzamento della Costiera iniziò nel XII secolo su iniziativa del Ducato di Amalfi. Da allora, anno dopo anno, aspre e impervie rocce sono diventate meravigliosi giardini pensili. Intrecciandosi con le trame urbane, arrivando fino a lambire il mare, i terrazzamenti danno vita ad un complesso mosaico di incomparabile bellezza.
Nella loro tipica conformazione, i terrapieni terrazzati, detti “chiazze”, sono contenuti dalle “macere”, muri a secco ottenuti incastrando pietre calcaree locali, facilmente lavorabili e resistenti alla compressione.
Il riempimento, soprattutto nei primi secoli, avviene con la terra fertile raccolta a fondo valle dai depositi alluvionali dei corsi d’acqua.
Essendo realizzate senza l’uso di malta (se non alla base), le macere sono permeabili e facilitano il drenaggio dell’acqua, sia quella intercettata dai monti attraverso i canali sia quella piovana. L’acqua piovana, inoltre, è raccolta in vasche dette “peschere”.
Mirabile opera di ingegneria ambientale, magistralmente adattata alle condizioni orografiche, climatiche e geologiche del territorio, il sistema dei terrazzamenti contribuisce a preservare la Costiera dal pericolo di frane e smottamenti, qui particolarmente frequenti.
Le coltivazioni dei terrazzamenti sono protette da pergole realizzate con pali di castagno, il cui legno è particolarmente compatto e resistente. Pali e frutti della terra sono ancora oggi portati a dorso di mulo, il principale (spesso unico) mezzo di trasporto sugli stretti sentieri e sulla ripide scalinate di queste alture.
Purtroppo, le grandi difficoltà di trasporto, l’impossibilità di meccanizzare il lavoro, la competizione ad armi impari con l’agricoltura intensiva e l’invecchiamento della popolazione contadina mettono a dura prova la cura dei terrazzamenti e la sopravvivenza della microattività agricola, tipicamente a conduzione familiare.
Per valorizzare il ruolo dei terrazzamenti e salvaguardarli dall’abbandono, nel 2018 il paesaggio amalfitano è stato inserito nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, un riconoscimento ministeriale che, opportunamente sfruttato, potrebbe aprire nuove opportunità di tutela per il territorio, la sua identità e le sue tradizioni.

La Valle delle Ferriere si raggiunge con circa un’ora di cammino, quasi interamente in discesa. Una volta terminato il tratto pavimentato, poco dopo il casotto di un vecchio acquedotto, il percorso continua sul sentiero CAI 23, proveniente da Chiarito, frazione di Amalfi. Si cammina tra castagneti, boschi misti caducifogli e corsi d’acqua. Volgendo lo sguardo in alto, la luce rimbalza su alti speroni di calcari e dolomie, traforati da grotte, volte e nicchie. Lungo il tragitto, sulle pareti di roccia, è possibile notare persino depositi di tufo e pomici, frutto di antiche esplosioni del Somma-Vesuvio.

Il sentiero termina presso gli archi di un canale, sulla riva del torrente Canneto: sono i primi ruderi della grande ferriera della Repubblica di Amalfi.
La fabbrica lavorava il ferro grezzo sfruttando il flusso d’acqua, in questo punto più costante e consistente, per azionare ruote idrauliche e trombe idroeoliche.
Attiva dal Trecento fino ai primi dell’Ottocento, la ferriera utilizzò una vena locale presente fino al Cinquecento, mentre dal secolo successivo lavorò il ferro grezzo importato dall’isola d’Elba, dalla Puglia e dalla Calabria. Gli abitanti di Scala fornivano carbone vegetale per le fucine, mentre quelli di Pogerola la manodopera. Collegata alla ferriera era anche la produzione di “centrelle”, i chiodi con la testa rotonda anticamente usati per le scarpe, prodotti dai pogerolesi nelle botteghe del villaggio.
Nei pressi della ferriera è possibile rilassarsi sulle rive del Canneto oppure all’ombra di due belle cascate.

Arco e canale dell'antica Ferriera della Repubblica di Amalfi (ph Gianfranco Adduci)

Dopo la sosta presso i ruderi della ferriera, è tempo di riprendere il sentiero verso la Riserva Statale Orientata “Valle delle Ferriere”.
Il sentiero è in salita, mediamente ripido, con un dislivello di circa 50 metri.
L’imbocco è sulla destra dei grandi archi della ferriera.

La Riserva Statale “Valle delle Ferriere”

L’ingresso della Riserva, protetta da una recinzione, è nei pressi di due chiuse del torrente Canneto. Qui, nei periodi in cui la Riserva è visitabile, troverete un infopoint dove acquistare il biglietto di accesso.
Il biglietto costa 5 euro a persona ed è comprensivo del servizio di accompagnamento e guida da parte del personale della Riserva.
La durata massima della visita è di 30 minuti.
Sono esenti dal pagamento i bambini fino a 12 anni, gli over 65 e i disabili.
L’accesso alla Riversa è organizzato in gruppi di 20 persone ogni 30 minuti, con precedenza a chi ha prenotato on line (clicca qui per prenotare on line).
La prenotazione online è obbligatoria per gruppi di 10 o più persone.
L’acquisto dei biglietti d’ingresso è possibile anche presso l’infopoint “Valle delle Ferriere” che si trova a Pontone in via Valle delle Ferriere 62.

Chiusa all'ingresso della Riserva Statale "Valle delle Ferriere" (ph Gianfranco Adduci)

L’ingresso a pagamento è stata introdotto nel 2019 dal Comune di Scala dopo aver assunto in gestione l’area statale. La decisione ha suscitato diversi malumori tra turisti, guide ed operatori del settore. La parte visitabile della Riserva è poco estesa (circa 50 metri di cammino) e per molti turisti il prezzo non appare giustificato. Gruppi di guide e operatori, invece, denunciano una forma di speculazione pubblica, che paragonano all’estensione dei parcheggi a pagamento anche nei punti più isolati del territorio, dove iniziano generalmente i sentieri CAI.
Il Comune di Scala, da parte sua, ha precisato che gli introiti derivanti dalla bigliettazione serviranno alla manutenzione ordinaria dell’area verde ed a garantire servizi migliorativi per il turismo. Il 10% degli introiti, inoltre, è destinato al Comando dei Carabinieri per la Tutela della Biodiversità e dei Parchi – Reparto Biodiversità di Caserta, l’ente che ha concesso la riserva statale in gestione all’amministrazione comunale.
In ogni caso, superando le polemiche, la Riserva merita la giusta tutela e siamo fiduciosi che gli introiti serviranno a tale scopo. Ma la Riserva merita soprattutto una visita, seppur breve e a pagamento, perché è un luogo di eccezionale bellezza ed importanza.

Le cascate all'ingresso della Riserva Statale "Valle delle Ferriere" (ph Gianfranco Adduci)

Entrando nella Riserva si avverte progressivamente una maggiore umidità. Il fenomeno è dovuto alla copiosa circolazione delle acque superficiali e sotterranee, alla nebulizzazione dell’acqua dovuta alle cascate, alla fittissima vegetazione e, soprattutto, alla posizione geografica della Riserva. Cime alte più di 1.000 metri la proteggono dai venti freddi settentrionali. Dalla valle, esposta principalmente a sud, risalgono invece le correnti marine. Tutto ciò limita le escursioni termiche e consente un microclima subtropicale, generando l’habitat ideale per la Woodwaria radicans, una felce gigante risalente al periodo cenozoico, con fronde che arrivano fino a 3 metri di lunghezza.
Scoperta dal botanico Pier Antonio Micheli nel 1710, studiata nell’Ottocento dai naturalisti Haeckel e Reid, questa varietà di felce bulbifera è tipica della flora preglaciale che 70 milioni di anni popolava le aree montuose del Mediterraneo. Pressoché scomparsa alle nostre latitudini, può essere considerata un vero e proprio “fossile vivente”. Non a caso, la Woodwaria radicans è tutelata dalla Convenzione sulla Conservazione della Vita selvatica e degli Habitat Naturali, firmata a Berna nel 1979, e dalla Direttiva europea “Habitat”, ovvero la Direttiva 92/43/CEE. In Campania sopravvivono esemplari anche nel vicino Vallone del Porto, a Positano. In Italia sono presenti altre colonie soltanto in Calabria e Sicilia.

Oltre alla Woodwaria radicans, il delicato ecosistema della Riserva ospita altre specie vegetali antiche come la Pteris cretica e la Pteris vittata, entrambe della famiglia delle felci, l’Erica Terminalis, con bellissimi fiori rosei a campana, e la Hirtiflora, piccola pianta carnivora del periodo terziario, in pericolo di estinzione. Qui si trova anche la Parnassa Palustris, presente in Italia soltanto nelle regioni centrali e settentrionali. Con un po’ di fortuna, nelle acque limpide della Riserva si può avvistare anche la rara e piccolissima Salamandrina Terdigitata, altrimenti detta “salamandrina con gli occhiali”, difficile da incontrare perché preferisce muoversi di notte. Nella Riserva, inoltre, vivono altri anfibi come il tritone appenninico, anch’esso raro nel Meridione d’Italia, e la salamandra pezzata. Nelle pozze più appartate si nasconde persino la rara e riservata lontra.

La cascata alta oltre 20 metri nelle riserva protetta "Valle delle Ferriere" (ph Gianfranco Adduci)

Molto belle le cascate della Riserva, di cui una alta 25 metri ma recentemente a secco perché l’acqua è deviata da una frana. Il vero spettacolo, però, è costituito da una forra a dir poco incantevole. La forra è stretta da maestose pareti di concrezioni calcaree, interamente ricoperte da muschio, felci e filanti rami di capelvenere. Le rocce sono modellate dalla secolare azione dell’acqua che precipita dall’alto in mille rivoli e si unisce al torrente sul fondo. L’accumulo costante di bicarbonato di calcio ha pietrificato le radici pendenti dei muschi, trasformando le rocce in enormi “spugne” grondanti. E quando l’acqua incontra i raggi solari, la suggestione diventa ancora più forte: le gocce in caduta rifrangono la luce, creano piccoli arcobaleni e danno vita ad infiniti giochi di colori. Nel torrente, inoltre, concrezioni ferrose sommerse donano all’acqua riflessi arancioni.

Gola nella Riserva Statale "Valle delle Ferriere" a Scala (ph Gianfranco Adduci)

La Riserva è un autentico angolo di paradiso, nascosto e fuori dal tempo. Qui ritrovi l’abbraccio di Madre Natura. E’ un abbraccio fresco, avvolgente, emozionante.

Dalla Riserva “Valle delle Ferriere” alla Valle dei Mulini

Andando a ritroso fino all’altezza della ferriera, il cammino può riprendere agevolmente per la Valle dei Mulini, in direzione di Amalfi, raggiungibile in meno di un’ora sul sentiero CAI 25. Scendendo lungo il torrente Canneto, la riva si allontana progressivamente. Le melodie dell’acqua si affievoliscono, lasciando spazio a sibili del vento e canti degli uccelli tra querce, frassini e ontani. L’aria diventa lentamente più calda, con la brezza che risale dal mare. Dai profumi del muschio si passa gradualmente agli umori del sottobosco.

Ai bordi del sentiero si incontrano i ruderi degli antichi mulini della Repubblica d’Amalfi, completamente inglobati dalla vegetazione. Costruiti per l’agricoltura, i mulini furono presto convertiti in cartiere. Qui si produceva la celebre carta a mano di Amalfi.

La carta di Amalfi

Conosciuta anche come “charta bambagina”, la carta a mano di Amalfi era molto diffusa nel Medioevo fra le corti reali e l’aristocrazia.
Le prime notizie della carta d’Amalfi si hanno con un decreto di Federico II del 1231, atto che ne proibisce l’uso per i documenti ufficiali, a favore della più resistente pergamena. Il divieto, tuttavia, non impedì il grande sviluppo delle cartiere che alla fine del ‘700 erano ancora una ventina, senza contare gli impianti di Maiori e Minori.
Rese obsolete dalla rivoluzione industriale nell’Ottocento, le cartiere dismesse subirono il colpo di grazia con la terribile alluvione del 1954, alla quale sopravvissero soltanto tre fabbriche: la cartiera di Francesco Imperato, trasferita poi a Palermo; una delle cartiere di Nicola Milano, divenuta il Museo della Carta; la cartiera della famiglia Amatruda, l’unica ancora attiva.
Il metodo tradizionale è basato sulle tecniche diffuse anticamente in Oriente, prima in Cina, poi nei paesi arabi. Fu grazie agli stretti rapporti commerciali con il mondo arabo che il Ducato di Amalfi divenne uno dei primi e più importanti produttori di carta in Europa.
La base di partenza per la carta di Amalfi non è pura cellulosa ma stracci di cotone, lino e canapa. Gli stracci selezionati sono battuti da magli di legno chiodati, per spezzarne le fibre ed ottenere una poltiglia. Con un telaio a maglie strettissime si ricavano sottili strati di pasta che vengono compressi ed essiccati. Infine seguono le fasi di collatura (con colla di pesce) e lisciatura. Il telaio, detto “forma”, ha al centro una fitta rete di fili in ottone o bronzo per ottenere la filigrana, visibile soltanto in controluce, raffigurante il marchio della cartiera oppure disegni, simboli e stemmi nobiliari.
La carta di Amalfi fu tanto famosa e apprezzata che nel XV secolo molti autori stranieri, pur di usarla, vennero a Napoli per pubblicare le proprie opere.
Per il suo grande pregio, ancora oggi è molto richiesta da istituzioni civili e religiose (tra cui il Vaticano), nonché dai privati per occasioni importanti e dalle case editrici per stampe artistiche.

La cartiera tipica è un edificio allungato a più piani, longitudinale al corso del torrente oppure a ponte su di esso. L’acqua era incanalata dal torrente e controllata con chiuse, vasche e torri coniche di raccolta. Liberata per caduta, la sua forza muoveva gli alberi di trasmissione dei mulini. I fogli di carta era essiccati all’ultimo piano oppure in edifici separati.

Ruderi della cartiera Lucibello nella Valle dei Mulini ad Amalfi (ph Gianfranco Adduci)

La Valle dei Mulini è uno straordinario esempio di polo protoindustriale. Il torrente era sapientemente sfruttato non solo per la ferriera e le cartiere, ma anche per una saponiera, un confettificio, una calcara, una polveriera e una centrale idroelettrica. Tutti insediamenti ormai ridotti a ruderi.
Molti si avventurano tra le strutture fatiscenti, alcune delle quali conservano ancora grandi macchinari e piccoli oggetti lasciati alla polvere. Tuttavia non è consigliabile visitarle perché le travi sono pericolanti, i solai instabili e i calcinacci pronti a cadere. Sono strutture che rendono fiabesco e romantico il paesaggio, testimoniando il dominio della natura sull’uomo e la transitorietà dell’esistenza. Allo stesso tempo, per evitare che il degrado le cancelli, sarebbe auspicabile una strategia integrata di recupero, riqualificazione e conservazione.

Nella parte finale della Valle dei Mulini, il paesaggio muta nuovamente: il fiume scompare e dai boschi si passa alle lussureggianti terrazze di limoneti, vigneti e piccoli orti sospesi. Qui è un tripudio di ardite geometrie, colori vivaci ed intensi profumi, soprattutto nelle calde giornate di primavera ed estate.
Tra case, vie e gradoni in pietra, si giunge infine nel centro storico di Amalfi, nei pressi della Cartiera Amatruda e del Museo della Carta. L’escursione di trekking naturalistico si trasforma in piacevole passeggiata cittadina, fino a raggiungere la celebre piazza con la sua bellissima cattedrale.

Panorama della valle dei Mulini ad Amalfi con la Torre dello Ziro (ph Gianfranco Adduci)

Per ritornare al punto di partenza, è possibile usare i bus Sita per Scala e Ravello (le fermate sono sul lungomare) oppure ritornare a piedi, percorrendo le storiche scalinate che collegano Amalfi e Pontone.

Come raggiungere Pontone di Scala

In auto
– da Salerno o da Positano, prendere la ss 163 fino all’incrocio con la ss 373, in località Castiglione di Ravello, poi salire verso Ravello fino all’incrocio con Pontone di Scala
– dalla A3 Napoli-Salerno e dalla A30 Roma-Salerno, uscire ad Angri, prendere la strada provinciale 1, oltrepassare il Valico di Chiunzi, proseguire in direzione di Ravello, procedere per Amalfi fino all’incrocio per Pontone di Scala
– su Google Map conviene inserire “via Valle delle Ferriere – Scala”
– il parcheggio giornaliero in località Pontone costa 15 euro

In treno e bus
– dalla stazione di Salerno prendere l’autobus Sita per Amalfi, proseguire per Ravello con bus Sita fino alla fermata del bivio di Pontone, poi incamminarsi verso Pontone per circa 1 km
– non tutti i bus fermano al bivio per Pontone, ma il borgo è facilmente raggiungibile a piedi sia da Ravello che da Scala

Informazioni utili

Prima di intraprendere un’escursione per visitare la Riserva, meglio accertarsi che l’accesso sia possibile, contattando l’infopoint al 338 5605550 oppure via email all’indirizzo info@lavalledelleferriere.com.

La Valle dei Mulini nei dipinti dell’Ottocento

Fonti

  • “Limoneti, vigneti e boschi nel territorio del Comune di Amalfi”, dossier di candidatura per il Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici
  • “Aree interne e beni culturali: il patrimonio dismesso in Costiera Amalfitana”, di Teresa Amodio, in “Annali del Turismo, VIII, 2019, Edizioni Geoprogress”
  • wikipedia.it
  • whc.unesco.org
  • amalfitouristoffice.it
  • lavalledelleferriere.com
  • discoverscala.com

foto scattate nell’aprile 2017 durante un’escursione guidata da Umberto Saetta, al quale va il nostro ringraziamento