A quota mille, sul massiccio del Matese, il paesaggio di Letino ti emoziona al primo sguardo. Un borgo adagiato su uno sperone roccioso domina la valle del fiume Lete e la valle del fiume Sala. Nella prima si ammira il Lago di Letino, nella seconda il Lago di Gallo Matese. Boschi secolari risalgono imponenti cime carsiche, alte oltre 1.500 metri. Campi coltivati e masserie si alternano ad ampie aree da pascolo per pecore, capre, bovini e cavalli. L’aria, fresca ed incontaminata, è ricca di profumi e lunghi silenzi. Siamo nel comune più alto della provincia di Caserta, al confine con il Molise. Qui regnano la quiete e la meraviglia.

Letino è una meta ideale per gli amanti dell’ecoturismo: qui è possibile fare bellissime passeggiate lungo il fiume, kayak o canoa nel lago, pesca sportiva, birdwathing, trekking, mountain bike e free climbing (leggi la prima parte di questo articolo).
Ma Letino non è solo natura. Letino è anche cultura, grandi storie da raccontare, tradizioni secolari da conservare, sapori antichi da riscoprire.

Letino, inoltre, è uno dei 4 comuni campani insigniti della Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. E’ questo un marchio di qualità turistica ed ambientale, riservato alle piccole località dell’entroterra che si distinguono per un’offerta di eccellenza e un’accoglienza di qualità.

Letino, la Repubblica degli Anarchici ed il brigantaggio

L’abitato storico di Letino è fatto di piccole case e palazzine in pietra, collegate da strette stradine e scalinate. La struttura del borgo risale al Medioevo, quando Letino divenne un feudo fortificato.
Cuore del borgo antico è la panoramica Piazza della Repubblica, dove ha sede il palazzo del Municipio con le sue grandi arcate. Protagonista assoluto della piazzetta è il campanile della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, Patrono e Protettore del paese. Il campanile in blocchi di pietra è inusualmente annesso alla facciata della Chiesa e ne costituisce l’ingresso. Anticamente era una torre di guardia e porta di accesso al borgo.

L’attuale Piazza della Repubblica fu teatro della celebre insurrezione anarchica che nel 1877 coinvolse i comuni di Letino e Gallo Matese.
Capeggiati da Carlo Cafiero, Enrico Malatesta e Pietro Cesare Ceccarelli, ventisei anarchici internazionalisti entrarono a Letino nel mattino dell’8 aprile issando una grande bandiera rosso-nera, tra lo stupore generale dei paesani. La banda occupò il Municipio mentre era in seduta di consiglio, dichiarò decaduto il re Vittorio Emanuele II, proclamò la “Repubblica di Letino”, bruciò in piazza i registri delle proprietà e delle imposte, spiegò ai Letinesi la “rivoluzione sociale”, diede loro le armi della disciolta Guardia Nazionale, distrusse i contagiri dei mulini per l’odiata tassa sul macinato e ordinò la divisione delle terre tra i contadini.
La banda trovò persino il sostegno del parroco Raffaele Fortini, anch’egli consigliere comunale, forse intenzionato a scongiurare pericolosi scontri con la popolazione.

Le stesse scene si ripeterono nel pomeriggio a Gallo Matese ma intanto, per soffocare l’insurrezione, sul Matese accorsero ben dodicimila uomini. La banda di anarchici internazionalisti fu costretta a ritirarsi nei boschi ed infine trovò rifugio l’11 aprile presso la masseria Coccetta, nei dintorni di Letino, sfinita dal freddo e dalla fame. Il mattino seguente, la masseria fu circondata dai bersaglieri e gli insorti si consegnarono senza opporre resistenza.
Silvia Pisacane, figlia dell’eroe della spedizione di Sapri, convinse il ministro degli interni Giovanni Nicotera, suo padre adottivo, a farli giudicare da un tribunale ordinario e non militare, evitando che fossero fucilati. Nel gennaio 1878, i reati politici furono cancellati dall’amnistia generale che seguì l’avvento del nuovo re Umberto I.
Rimase l’accusa di assassinio di un carabiniere a San Lupo, vicino Benevento, dove gli anarchici furono sorpresi a radunare la banda presso la Taverna Jacobelli. Due carabinieri rimasero feriti in uno scontro a fuoco, uno di loro morì poco dopo. Il processo che si tenne a Benevento nell’agosto del 1878, molto seguito dalla stampa nazionale, stabilì che il carabiniere era deceduto per altre cause sopravvenute, ovvero l’infezione di una ferita.
Completamente assolti, gli insorti furono acclamati da una folla di circa duemila simpatizzanti.

L’avventura della banda del Matese è considerata da molti studiosi come il momento di nascita del Socialismo italiano. Da recenti studi letterari, inoltre, è emerso che anche Giovanni Pascoli ebbe un ruolo nella vicenda, seppur indiretto. Il poeta, infatti, organizzò la fuga in Svizzera dell’amico e compagno di studi Andrea Costa, ideatore e organizzatore dei moti del Matese insieme a Cafiero e Malatesta.

I fatti del Matese, ampiamente dibattuti e documentati, sono tanto suggestivi da meritare un racconto cinematografico. A questo avevano pensato sia Ettore Scola che Vasco Pratolini, autori di sceneggiature che purtroppo sono rimaste tali. Quella di Scola, in particolare, è stata scritta per la RAI che ne detiene ancora i diritti.

Sulla scia delle idee di Bakunin, il movimento anarchico italiano credeva che la propaganda delle proprie idee dovesse avvenire non con le parole ma con “fatti insurrezionali”, ovvero esempi concreti che le masse popolari potessero imitare.
Viene però da chiedersi perché il Movimento scelse proprio il Matese per la sua esemplare insurrezione.
La risposta la diede Pietro Cesare Ceccarelli in una lettera ad Amilcare Cipriani: “Avevamo scelto il Matese perché é una giogaia che si trova al centro dei monti del mezzogiorno, atta per la sua struttura alla guerra per bande, abitata da una popolazione battagliera che dette un contingente fortissimo al brigantaggio e che credevamo e crediamo disposta a ricominciare…”.

Il brigantaggio postunitario, in effetti, era stato molto attivo sul Matese, così come nei territori vicini della Terra di Lavoro, del Molisano e nel Beneventano. Già interessata dai moti legittimisti del 1860 successivi alla caduta di Francesco II, Letino fu presa da bande armate di briganti molisani nell’estate del 1861. Nella stessa piazza in cui sarà proclamata la Repubblica sociale, la bandiera con i gigli borbonici fu issata a più riprese in segno di riconquista. Cruente battaglie e scontri continuarono fino ad autunno inoltrato ma la rivolta dei briganti subì un duro colpo con le devastazioni e gli eccidi di Pontelandolfo e Casalduni, ad opera dei bersaglieri, cui seguirono arresti e fucilazioni in tutta l’area. Un altro duro colpo lo diede l’incipiente inverno. Incursioni e isolate azioni continuarono ancora per qualche anno ma la rivolta era ormai fallita.

Le memorie dell’insurrezione anarchica sono raccolte nella mostra permanenteMovimento Internazionalista Anarchico”, a cura di Bruno Tommasiello, visitabile presso il Museo territoriale all’interno del Municipio. La mostra raccoglie i documenti locali dell’epoca e gli articoli della stampa nazionale che seguirono la vicenda.
Altra mostra permanente del Museo è “Quota mille”, una bella mostra fotografica sul Matese, i suoi paesaggi e lo spirito del suo popolo. La mostra è a cura di Francesco Fossa, noto giornalista e fotoreporter matesino.

di Luca Gianotti, Alberto Liberati, Fabiana Mapelli

Edizioni dei Cammini

Letino: le tradizioni, il santuario, il castello

L’isolamento di Letino, distante dalle principali vie di comunicazione e dai maggiori centri urbani, ha contribuito a preservare, insieme all’ambiente naturale, anche le tante tradizioni locali.

Tra queste si annoverano i complessi rituali della “rodda” e della “parentezza”, entrambi legati al matrimonio.
La parentezza è un cerimoniale che si esegue in occasione della richiesta di fidanzamento e quindi di unione tra famiglie diverse. La rodda, invece, è un corteo di donne che mostrano pubblicamente la dote portata dalla sposa.

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Ma la tradizione più antica e originale è senza dubbio il costume femminile letinese, tra i più belli della Campania, le cui origini sono legate alle popolazioni elleniche che qui giunsero oltre mille anni fa. Indossato quotidianamente, il costume femminile di Letino rivelava con precisione lo stato socio-economico di ogni donna, dall’infanzia all’età adulta. Con una rigorosa e articolata simbologia, il costume “parlava” attraverso i colori, i ricami, i merletti e gli accessori indossati, come il copricapo detto “mappelana” o “mappa”, lo spillone per capelli (originario della Bassa Ucraina) ed il pettorale adornato.

La rodda, la parentezza e il costume femminile sono tradizioni secolari largamente praticate fino a pochi anni fa. Oggi sono oggetto di seguitissime rievocazioni storiche che ogni estate coinvolgono l’intera comunità locale, dai più anziani ai più giovani.
Nel 2019, inoltre, grazie all’impegno della Pro Loco Letizia, tali tradizioni sono state inserite nell’Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano, catalogo istituito nel 2017 dalla Regione Campania per preservare e valorizzare le più storiche tradizioni locali.

Altra tradizione molto sentita è la Festività di Santa Maria del Castello che, istituita nel 1880, ricade ogni anno la terza domenica di settembre. Alla “Regina del Matese” è dedicato il Santuario che sorge nel Castello di Letino, sul punto più alto del borgo. La sera del sabato, le donne letinesi portano la statua nella Chiesa di San Giovanni Battista. in piazza della Repubblica, pregando la Vergine perché le protegga da malattie infettive, piogge torrenziali e siccità. La domenica mattina, invece, i letinesi partecipano alla processione per le vie del borgo insieme ai tanti fedeli che accorrono da Gallo, Fontegreca, Capriati ed altri centri della zona. La statua viene riportata al Santuario di sera, tra fiaccole e candele, suppliche ed orazioni. Leggenda vuole che la statua della Madonna apparve tra i cespugli ad una pastore di Gallo, per poi scomparire ed essere ritrovata dallo stesso pastore nella Chiesa del Castello di Letino. In virtù di questa leggenda, gli abitanti di Gallo hanno cercato più volte di impadronirsi della statua, avviando persino sanguinose battaglie.

La Chiesa di Santa Maria del Castello, divenuta Santuario nel 1980, forma un unico complesso architettonico con il Castello di Letino, recentemente ristrutturato. Eretto sulla sommità del Monte Preci, ad un’altitudine di 1200 metri, il Castello offre il miglior punto di osservazione sulle valli circostanti.
Sul luogo del Castello sorgeva un torre di guardia dei Sanniti che qui vivevano intorno al I sec. d.c. La torre diventa fortezza in epoca longobarda, tra il VII e IX secolo, per proteggere l’alto Matese dalle incursioni normanne e saracene. In epoca normanna, tra il IX e X secolo, la fortezza viene ampliata per ospitare una piccola guarnigione di soldati. Successivamente diviene residenza o possedimento delle varie famiglie feudatarie che governano Letino fino alle riforme napoleoniche del 1806.

Tra le varie trasformazioni avvenute nel corso dei secoli, la più importante si registra intorno al XVII secolo con la costruzione della nuova Chiesa che oggi è Santuario. La Chiesa ingloba buona parte del Castello e due delle sei torri sulla cinta muraria. Oltre alla venerata statua della Regina del Matese, il Santuario conserva notevoli dipinti di scuola napoletana, sopra i marmi policromi degli altari laterali. Dietro l’altare maggiore si accede alle torri di avvistamento, dalle cui feritoie si gode una vista a dir poco mozzafiato. All’interno della cinta muraria, accanto alla Chiesa, si trova anche il cimitero di Letino.
Per il culto mariano, il valore storico del luogo, il panorama spettacolare ed il legame con i defunti, è facile capire quanto il Castello sia amato dai Letinesi e quanto possa essere interessante per turisti e viaggiatori.
Terminata la visita al Castello, non può mancare una bella passeggiata attraverso la pineta sottostante, dalla quale si gode una vista privilegiata sul Lago di Gallo di Matese e sull’intera Valle del Sava.

Il castello e il santuario sono in pietra viva locale, la stessa che è lavorata dallo sculture Luigi Stocchetti, in arte Stolu, nativo di Letino, deceduto nel 2021. Le sculture di Stolu, caratterizzate da tratti rudi e “primitivi”, impreziosiscono diversi angoli del borgo, dalla piazza ai muri delle abitazioni, insieme alle opere degli artisti che nei primi anni 2000 hanno animato il borgo con l’iniziativa “Villaggio dell’Arte”.

Tipico di Letino è il gioco dei Birilli di legno di faggio o “ri puzzuchi”: 9 birilli con il nono a centro e un “pallone” di legno che li colpisce, se cade solo il centrale vale 9 punti che sono pari ai 9 birilli. Il gioco, tipico dei soli maschi, si svolgeva nelle giornate fredde invernali ed oggi è ricordato con un singolare monumento, situato nei pressi della sede di Poste Italiane.

In tema di tradizioni, per concludere, un cenno merita la gastronomia letinese, molto semplice ma molto gustosa e genuina.
Famosa è la varietà di patata locale, molto apprezzata fin dal XIX secolo.
Bianca o rossa, la patata di Letino ha un sapore molto delicato ed ha straordinarie qualità nutrizionali, dovute ai suoli ricchi di microelementi di quest’area montana. La solida consistenza la rende adatta ad ogni tipo di preparazione, in particolare gli gnocchi.
Da non perdere è la “patata ammaccata”, una crema di patate e fagioli, anche questi locali, servita su fette di pane fritto.
Oltre ai piatti a base di patata, buonissimi sono i formaggi sia di pecora che di mucca, frutto dei pascoli incontaminati dell’altopiano.

La bellezza di Letino non si limita alla storia, alla cultura e alle tradizioni. Letino è una meta ideale per gli amanti del turismo naturalistico.

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Tutte le foto sono di Gianfranco Adduci.

Grazie alle associazioni Love Matese, Pro Loco Letizia, Matese Adventures e Slow Food Matese per averci guidato alla scoperta di Letino.

Per approfondire

Giuseppe Pace, Letino tra mito, storia e ricordi, Padova, Energie Contemporanee Editrice, 2009

AA.VV., Il Castello di Letino: il Santuario, le mura, il paesaggio, Comune di Letino, 2005

Bruno Tomasiello, La banda del Matese, 1876-1878. I documenti, le testimonianze, la stampa dell’epoca, Casalvelino Scalo (SA), Galzerano 2009

Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani. Da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano, Rizzoli 1971

Emilio Gianni, L’internazionale italiana fra libertari ed evoluzionisti, Pantarei, 2008

Archivio centrale dello Stato, Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, Volume 1, Ministero per i beni culturali e le attività culturali – Ufficio centrale per i beni archivistici, 1999

https://www.bandierearancioni.it/borgo/letino

http://www.letino.gov.it/